Caldo

L’éra dei Vichinghi

 

 

La prosperità era garantita da un clima eccezionalmente mite. I raccolti del grano erano abbondanti e le vendemmie straordinariamente ricche.

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La climatologia storica offre attrattive tutte particolari. E non solo per la vastità degli orizzonti conoscitivi che essa è in grado di aprire. L’aspetto che la rende estremamente stimolante risiede nel fatto che se è vero che tende a costruire modelli basati essenzialmente su due concetti, civilizzazione e clima, definiti in modo non del tutto soddisfacente, è anche vero che ha scoperto se stessa come l’unica via da percorrere al fine di intravedere come definirli.

Per civilizzazione s’intende “uno stato avanzato della società umana nella quale l’arte, la scienza, le applicazioni della scienza, la morale e le capacità di governo hanno raggiunto livelli elevati”. Se si lascia da parte un problema, oggi di grande attualità, e cioè come questa definizione si possa conciliare con il concetto di “sviluppo culturale delle società stesse” si può notare che nella definizione suddetta non si fa cenno ai livelli raggiunti in queste “società avanzate” dal pensiero filosofico.

Il clima, a sua volta, non è descrivibile come un sistema costituito di sole variabili fisiche. Le risposte delle comunità umane alle fluttuazioni climatiche fanno in un certo qual senso parte del concetto stesso di clima.

Per “grande glaciazione” s’intende un periodo climatico instauratosi sulla Terra circa 700.000 anni fa. Si presenta come un succedersi di “climi” a carattere glaciale con altri a carattere temperato, cosiddetti interglaciali. L’ultimo interglaciale, nel caso specifico postglaciale, ha avuto inizio circa 7.000 anni fa e quindi comprende la storia dell’uomo, quale l’uomo l’ha scritta, tramandata e interpretata.

Durante la fase storica propriamente detta di questo periodo postglaciale il clima ha tuttavia subito fluttuazioni in quasi tutta la superficie della Terra. Una ricostruzione abbastanza dettagliata dell’andamento del clima storico in certe località, in particolare in Europa, è stata effettuata per mezzo di una serie di indagini in cui i dati oggettivi, vale a dire quelli forniti dall’applicazione di tecnologie di misura estremamente sofisticate, sono stati completati e spesso confortati da una straordinaria varietà di informazioni derivanti dall’esame di documenti, di messaggi di vario tipo, lasciati da uomini che vissero gli avvenimenti.

Qui ci si prefigge di tracciare un quadro semplice ed estremamente conciso di un fenomeno storico innescato da una fluttuazione climatica e troncato da un’altra, verificatasi in tempi successivi, di natura opposta a quella della prima.

L’avvenimento è poco conosciuto nel nostro paese e va sotto il nome di Era dei Vichinghi. Nel seguire il racconto giova tener sott’occhio il grafico in figura che descrive in termini di caldo e freddo il clima del nostro emisfero dall’800 fino agli inizi di questo secolo.

Lo scenario che fa da sfondo alla vicenda è il Medioevo, un periodo della nostra storia caratterizzato da luci e ombre. Poiché nei libri di storia si parla di secoli bui c’è da ritenere che le seconde prevalessero rispetto alle prime. Nei nostri ricordi scolastici le fasi iniziali di questo periodo storico riflettono il conflitto tra due principi inconciliabili: da un lato l’assolutismo imperiale e il paganesimo politico; dall’altro il cristianesimo che rispetta l’ordine costituito ma ne sovverte le basi in virtù di una verità trascendente e dell’impero sulla coscienza, ne svaluta il contenuto e l’azione trasferendo di là dalla vita il significato della vita.

Di qui le contraddizioni che ne marcarono il corso. Ad esempio, la società medioevale era prevalentemente sedentaria ma nello stesso tempo ricca di vagabondi; era conservatrice e convenzionale, soggetta come essa era a ferree leggi di comportamento, ma, nello stesso tempo, indulgente alle più stravaganti avventure dello spirito: una società sostanzialmente pagana che tuttavia rispondeva prontamente e docilmente agli insegnamenti della Chiesa.

La prosperità era garantita da un clima eccezionalmente mite. I raccolti del grano erano abbondanti e le vendemmie straordinariamente ricche. I viticoltori inglesi producevano a quei tempi un vino che nulla aveva da invidiare a quello prodotto nel Nord Italia e nella Francia dei giorni nostri. Il clima favorì indirettamente anche quell’accumulo di risorse che permise la costruzione degli innumerevoli castelli e cattedrali sorti un po’ dovunque nell’Europa del Medioevo.

Nelle estreme terre emerse del circolo polare artico viveva un insieme di popolazioni di origine diversa che gli storici chiamano Normanni (Uomini del Nord). Il termine vichingo usato comunemente non si riferisce tanto a un popolo quanto piuttosto a un modo di vivere (vichingo equivale a guerriero). Tuttavia, come vedremo, l’Era dei Vichinghi non corrisponde nella realtà storica all’Era dei Normanni.

Germani di stirpe, questi ultimi, o meglio i Vichinghi, avevano una concezione della vita improntata al fiero sentimento dell’indipendenza individuale. Di vivace intelligenza e di corpo robusto erano dotati di un indomito coraggio e di un rude spirito di intraprendenza.

Furono la povertà delle terre da essi abitate, l’eccesso della popolazione, i precari proventi ricavati dalla pastorizia e dalla meschina agricoltura a spingere i Vichinghi sul mare che il clima mite aveva reso navigabile. Fu il primo popolo, a partire dall’800, a darsi al commercio marittimo (esportazione di cuoio, pellicce, pesci essiccati e altre merci di origine lappone) e principalmente alle razzie.

L’estensione dei territori da essi “visitati” registra nel corso del tempo un crescendo impressionante. Dai ristretti traffici nei mari vicini, si spinsero verso il Baltico e il Mare del Nord. Raggiunsero in breve tempo, attraverso la Manica, le acque dell’Oceano Atlantico che bagnano le coste europee. Sottoposero a violenti e frequenti saccheggi le fiorenti città marittime della costa settentrionale francese vivente ancora Carlo Magno. Vane le misure che il grande imperatore escogitò, ancor più vane quelle dei suoi imbelli successori.

Nell’arco di poche diecine di anni non ci fu località prosperosa d’Europa che essi non assalirono. Attraverso lo stretto di Gibilterra entrarono nel Mediterraneo e saccheggiarono oltre le coste della Spagna e del Marocco anche quelle Tirreniche della nostra penisola.

Uomini estremamente coraggiosi, non meno che arditi marinai, i Vichinghi penetravano, risalendo il corso dei fiumi, nell’interno dei paesi. Armati di spada, di lancia e di un’ascia a doppio taglio combattevano a piedi o a cavallo. Saccheggiavano, uccidevano, depredavano, per tornare, lasciando in preda al terrore le popolazioni più frequentemente colpite, a svernare nei loro territori per preparare nuove spedizioni e razzie.

In tutti i paesi europei l’Era dei Vichinghi creò un tale diffuso spavento che alle varie litanie in uso se ne aggiunse una che suonava “liberaci dai Normanni e così sia”, o qualcosa del genere.

Nella qualità di certi materiali, quelli concernenti la guerra e la navigazione, i Vichinghi furono all’avanguardia nel mondo. C’è una connessione storicamente accertata tra le navi che le tribù baltiche possedevano ai tempi di Tacito e le imbarcazioni Vichinghe. Questo fatto mostra che presso di loro le conquiste della superba ingegneria navale romana furono custodite meglio che in altre località europee. Lo stesso Carlo Magno non possedeva navi che fossero all’altezza di quelle dei Vichinghi. Un aspetto peculiare dell’armamento di questi vascelli consisteva nel fatto che non c’era differenza tra guerrieri e rematori. Dai reperti risulta che le imbarcazioni vichinghe erano dotate di dieci remi per parte. Poiché in molti periodi dell’anno la navigazione giorno-notte comportava parecchi turni di rematori (venti contrari), una nave vichinga trasportava 60 uomini, 40 dei quali pronti a combattere in ogni evenienza.

Si avvicina l’anno 1400 e in tempi brevi le scorrerie vichinghe si fanno via via più rare per poi estinguersi del tutto.

L’Era dei Vichinghi volge inesorabilmente verso l’epilogo. Sull’emisfero comincia a calare un freddo così intenso che il periodo che va dal 1300 al 1850 passerà alla storia come la “piccola era glaciale”. Possenti coltri di ghiaccio ricoprono i territori dei Vichinghi. Gli enormi iceberg galleggianti sulle acque polari via via più numerosi si saldano tra loro racchiudendo la terra degli uomini del Nord in una morsa impenetrabile di ghiaccio.

L’Era dei Vichinghi, l’avventurosa storia dei predatori del Nord era durata circa cinque secoli. Dal 1400 in poi le popolazioni delle coste europee non videro più spuntare all’orizzonte le alte prore decorate di teste di drago delle navi vichinghe, fonti di terrore e morti.

Tuttavia l’Era dei Vichinghi aveva creato insediamenti in quasi tutti i paesi d’Europa. Alle imprese piratesche del Medioevo tenevano dietro la colonizzazione delle terre occupate e la fusione con i vinti. Questi, più evoluti e civili, assimilavano i Normanni dando loro lingua, religione, costumi. Nessun popolo più dei Vichinghi presentò maggiore adattabilità alle forme di una civiltà superiore, tanto è vero che essi si confusero gradatamente dovunque con la gente che pure avevano soggiogato.

Con le armi, la costanza e la tenacia avevano occupato in Francia la Borgogna e l’Aquitania. Nacque così quel ducato che fu chiamato per l’appunto Normandia. Grande fu l’importanza storica di questo avvenimento in quanto il territorio da essi governato divenne il crogiolo entro cui gli “Uomini del Nord” si fecero francesi nei pensieri, nel linguaggio, nei costumi, nei sistemi giuridico-sociali. Divennero i più arditi paladini della Fede nelle ultime imprese contro pagani e musulmani.

Ma tutto ciò più che cancellare, raffinò gli originari impulsi della stirpe. Il “normanno” non sostituì del tutto l’antico “Uomo del Nord”. La conquista della Gran Bretagna e dell’Italia Meridionale ha lasciato nelle popolazioni, al tempo soggiogate, un’orma profonda.

Ottavio Vittori

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